lunedì 20 ottobre 2008

Il primo giorno




E’ passato solo un mese eppure sembra già un ricordo lontano.
Al primo giorno di imbarco, all’incontro con la Balena Bianca, ci arrivo con il mio fratellino, in auto.
Ostia – Civitavecchia verso le 8 del mattino, forse anche otto e mezza.
Una giornata luminosa ma tesa.
La compagnia aveva già rimandato l’imbarco di una settimana, con un preavviso ridicolo ed una semplice mail.
Che ovviamente non avevo letto fino alle ore 23.47 della sera prima, quando ormai i bagagli erano pronti e lo spirito anche.

Nonostante la rabbia mi ero limitato a tirare giù una lista di santi silenziosamente, messo la mia valigia in un angolo, abusando ancora della pazienza e dell’ospitalità di Andy e Paola, infilato quattro mutande ed un costume nello zainetto, e preso il primo aliscafo per Ponza.
Idea superba.
Rifugiarsi nell’isola proprio mentre la folla dei predoni estivi cominciava a rientrare nelle proprie caverne continentali.
Schizzare via dal traffico della città un attimo prima dell’inizio del big bang, la crisi di nervi autunnale della casalinga guidante alle prese con l’inizio della scuola.

Ora i ricordi delle passeggiate in barca cominciavano a sovrapporsi alla linea intermittente della carreggiata autostradale, nell’attesa di capire cosa mi sarebbe successo di li a poco.
Alla sbarra del molo 25 c’era un tipo giovane di quelli zelanti, che sono convinti di servire l’umanità esercitando come possono l’unica forma di potere a loro disposizione: rompere i coglioni al prossimo.

Più precisamente mio fratello non era sulla sua fottuta lista da sbirro dei poveri. Birichino.

Ci siamo salutati velocemente, senza troppe moine.
In fin dei conti non era la partenza per l’Iraq: si trattava di andare avanti e indietro tra la Grecia e l’Italia con un grosso traghetto, una balena bianca di ferro.
Nulla di particolarmente poetico.

Ma il momento per me richiedeva comunque una certa solennità.
Volevo avvicinarmi al cetaceo ferroso con calma, cercando di annusarlo.
Capire il suo linguaggio misterioso fatto di vibrazioni di cavi tesi, di oscillazioni lente nel cavo dell’onda, di cigolii notturni.
Vedere infine da quali angeli e da quali mostri fosse abitato nelle sue caverne marine.

Io cerco sempre, ed inutilmente, di rimanere lucido in questi casi.
In realtà me ne starei li imbambolato come nella foto da bambino al Luna Park con alle spalle un finto, enorme scimpanzè.
Aspettando che la marea di odori e volti e voci si dissolva per lasciare una sintesi.

Ma non c’è mai tempo per queste cose.
Troppa poesia.
Entri e ti chiedono chi sei, con chi lavori, aspetta qui.
Allora vediamo un po, ma lei la divisa ce l’ha ?
Divisa ? Quale divisa ?

Poi ti caricano su un autobus e via in Capitaneria, a consegnare il libretto, ad iscriversi al turno, a firmare carte.
A perdere 3 ore per una tonnellata di cazzate burocratiche che ti fa capire quale paese medioevale siamo.
Nel caso non l’avessi capito nei precedenti quarant’anni.
Burocrati inutili, timbratori professionisti e paraculi autentici.
Via così, si torna alla nave per cercare di capire come procurarsi le famigerate divise che tutti conoscono tranne te.

Poi ci sono le presentazioni più o meno casuali, che su una nave con 600 persone di equipaggio ti lasciano stordito per tre giorni.

E soprattutto capisci che in un posto così, tredici ponti su 220 metri di lunghezza, duemila persone a bordo, sei veramente perso se in qualunque luogo della caverna galleggiante non sai dove sta la prua e dove sta la poppa.

Ma va figurati, proprio io, pensavi, che le navi le studio da quando avevo tre anni.
Si, proprio tu, la poppa e la prua, per non parlare della dritta e della sinistra.

Il primo giorno, quello dell’incontro con la Balena Bianca, è stato un giorno da stonati, un giorno in cui pensi di capire almeno qualcosa ma in realtà non hai capito proprio niente.

Alice nel Paese della Meraviglie, un adolescente in acido al suo primo concerto dei Jefferson Airplane.

Poi ad un ora imprecisata del giorno avverti un leggero movimento.
La nave si stacca dalla banchina muovendosi lateralmente e dovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo, sai che devi correre subito fuori, salire sul ponte più alto che trovi e guardare di sotto di sopra ed intorno.

I rimorchiatori agguantano enormi cavi che ti porteranno fuori, le radio bippano senza sosta inframmezzando spezzoni di ordini tra il ponte la prua e la poppa.
La pilotina del porto si accosta a sinistra per imbarcare il pilota.

Avverti il movimento dentro le ossa, come se fosse tutta la tua materia ad essere trascinata fuori da li, come se il cavo principale fosse legato ad un punto di te da cui è possibile sollevare la tua anima e lanciarla verso l’orizzonte.

Come nelle barche a vela, quel punto esatto lungo la chiglia a cui è possibile agganciare un singolo cavo e sollevare lo scafo di peso.

Pochi minuti e la prua punta già verso un sole enorme e sproporzionato, non ancora rosso ma già quasi sulla linea dell’orizzonte.
La linea d’ombra.

Il tempo di renderti conto che i tuoi occhi sono molto, molto più lucidi del solito, e di pensare “ma che mi sono fumato ?”.

La cosa veramente bella è che la risposta è
...Niente!

1 commento:

Mario ha detto...

Ciao....Giona ! sei grande ed è sempre un grandissimo picere leggere i tuoi scritti così nitidi e antiretorici ma pieni di poesia.
Sono orgoglioso di te anche per questo. papà